Tra mercati consolidati e nuove rotte globali, la 58ª edizione di Vinitaly conferma il ruolo strategico dell’Italia nel commercio del vino, tra opportunità di crescita e incognite internazionali.
C’è un momento, ogni anno, in cui Vinitaly smette di essere soltanto una fiera e diventa una lente attraverso cui osservare il mondo. È accaduto anche in questa 58ª edizione, che si è chiusa oggi 15 aprile a Veronafiere con numeri importanti, ma soprattutto con una sensazione diffusa: il vino italiano continua a viaggiare, nonostante tutto.
Facendo un disposi riassunto, è stato il salone sia delle certezze che delle incertezze. Le grandi aziende del Veneto, della Toscana, del Piemonte e della Sicilia, sono state prese d’assalto da operatori e buyer. A parte qualche raro caso, per le altre aziende, si è fatta sentire la mancanza delle presenze sperate. Forse voli cancellati o il poco tempo trascorso da Wine Paris, sembra comunque che la presenza dei buyer sia stata sotto le aspettative.

Novantamila presenze complessive, il 26% dall’estero, provenienti da 135 Paesi. Dati che, letti freddamente, raccontano una manifestazione solida. Ma è tra i corridoi affollati e gli stand vissuti fino all’ultimo calice che si percepisce davvero il significato di questa edizione: una risposta concreta a uno scenario internazionale complesso, attraversato da tensioni geopolitiche e incertezze economiche.
A sottolinearlo è Federico Bricolo, che parla apertamente di un risultato “tutt’altro che scontato”. E in effetti, la presenza di oltre mille top buyer da più di 70 Paesi, selezionati insieme a ITA Agenzia è forse il dato più significativo, non solo quantità, ma qualità della domanda.
Vinitaly si conferma così una vera infrastruttura dell’internazionalizzazione. Non solo vetrina, ma piattaforma attiva, capace di generare incontri, relazioni, prospettive. Un luogo dove il vino italiano non si limita a essere degustato, ma viene negoziato, raccontato, posizionato.
I mercati storici non tradiscono. Germania, Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Svizzera e Nord Europa restano colonne portanti. È una geografia consolidata, che garantisce stabilità e continuità. Ma è altrove che si colgono i segnali più interessanti.
Tra i banchi d’assaggio e le agende fitte di appuntamenti, si fanno strada nuove traiettorie: Cina, Brasile, Corea del Sud, Messico, Thailandia. E poi l’Africa, presenza sempre più tangibile, con Paesi come Sudafrica, Nigeria, Tanzania e Angola a manifestare un interesse concreto e crescente. In Asia, accanto a mercati maturi come il Giappone, emerge il dinamismo del Vietnam. E sorprende, per intensità e partecipazione, anche l’Ucraina.

È un mosaico in movimento, che racconta un vino italiano sempre più globale, capace di adattarsi e dialogare con contesti diversi. Un ecosistema che si espande, senza perdere identità.
A confermare il clima positivo sono soprattutto gli espositori. Il riscontro raccolto nei quattro giorni è quello di una fiera concreta, orientata al business, capace di trasformare la presenza in opportunità. Lo ribadisce anche Gianni Bruno, sottolineando come Vinitaly sia oggi “un acceleratore per il posizionamento delle imprese”.
Non è un caso che lo sguardo sia già rivolto oltre Verona. Nuove tappe internazionali sono in programma: Africa, Canada, Australia. E un rafforzamento in Brasile, in sinergia con Wine South America. Segnali chiari di una strategia che punta a presidiare i mercati, non solo a intercettarli.
Parallelamente, cresce anche la dimensione “diffusa” della manifestazione. Vinitaly and the City continua a coinvolgere il pubblico con 50mila token degustazione e un format itinerante che, dopo la Calabria, approderà nelle Marche, ad Ancona. Qui il vino esce dai padiglioni e incontra i consumatori, soprattutto i più giovani, costruendo un linguaggio nuovo, più diretto.
Quasi cento gli eventi tra degustazioni e convegni, a cui si aggiungono migliaia di iniziative negli stand. Tra le novità, l’attenzione crescente verso il mondo NoLo, con “NoLo – Vinitaly Experience”, e il rafforzamento di aree come Xcellent Spirits e Vinitaly Tourism. Segmenti che raccontano un settore in evoluzione, capace di intercettare nuove tendenze senza tradire la propria tradizione.
Ma Vinitaly resta anche, e sempre di più, un luogo politico. Non solo per la presenza delle istituzioni, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ai principali ministri, ma per la sua funzione di spazio di confronto. Il Tavolo Vino, in particolare, ha riportato al centro temi cruciali: export, Ocm, produzione, consumi.

In questo equilibrio tra business, cultura e istituzioni si gioca la forza della manifestazione. Un’identità complessa, che riflette quella del vino italiano stesso.
Quando le luci si spengono e i padiglioni si svuotano, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre i numeri. Vinitaly 2026 è stato un termometro affidabile: il mondo cambia, si frammenta, si complica. Ma il vino italiano continua a trovare strade, interlocutori, spazi.
E mentre già si guarda alla 59ª edizione, in programma dall’11 al 14 aprile 2027, una certezza rimane, Verona, per qualche giorno ancora, è stata il centro del mondo del vino e, continuerà a esserlo.





